La circolazione atmosferica durante la glaciazione

4 agosto, 2010 07:03 | Scritto da:

Distribuzione del campo barico durante il tardo Pleistocene secondo Poser. Si nota il flusso umido persistente che ha contribuito alle abbondanti precipitazioni sulla Scandinavia. Un area di bassa pressione è presente sui mari meridionali italiani

Distribuzione del campo barico durante il tardo Pleistocene secondo Poser. Si nota il flusso umido persistente che ha contribuito alle abbondanti precipitazioni sulla Scandinavia. Un area di bassa pressione è presente sui mari meridionali italiani

Tra gli interrogativi ancora non del tutto irrisolti per i Paleo-climatologi non vi è solo l’origine dell’Era Glaciale ma anche quali condizioni climatiche prevalessero durante quel periodo. Riproponiamo qui alcune teorie datate, che tentano di illustrare il pattern circolatorio prevalente nel Pleistocene. Possiamo assumere che durante il periodo del tardo Pleistocene, continenti ed oceani erano nella loro forma attuale. Apparentemente i periodi in cui il fronte glaciale si era espanso, sembrerebbero caratterizzati da un aumento delle precipitazioni in forma solida. La circolazione emisferica ad alto Indice sembrerebbe favorevole, alla glaciazione sulla Scandinavia.
Situazione in Europa durante il Pleistocene

Situazione in Europa durante il Pleistocene

Il flusso in quota ondulato della circolazione atmosferica , è in gran parte determinato dall’orografia e dalla differenza di temperatura meridionale tra Polo ed Equatore. Le correnti occidentali, il nastro trasportatore del tempo atmosferico, evidenziano periodi in cui la corrente a getto è zonale, ovvero segue un andamento parallelo (che definiamo ad “Alto Indice”) e periodi in cui esso tende a subire forti oscillazioni, con una prevalenza di saccature e promontori che permettono un maggior scambio di calore lungo i meridiani. Durante l’estate, la circolazione atmosferica evidenzia la presenza di 4 onde planetarie; durante l’inverno invece, predominano tre. La temperatura media della superficie della terra sul Polo Nord e di – 41°C in Gennaio e -1°C in Luglio; all’ equatore, invece, 26,4°c e 26,6°c per gli stessi mesi. Durante il mese di Luglio, la temperatura massima di 27,2°c è posta a 20°N. Il gradiente di temperatura perciò è più piccolo durante l’estate che durante l’inverno. La temperatura media dell’emisfero nord, fluttua tra 8,1°c in gennaio e 22,4°c in Luglio. Sotto queste condizioni climatiche, gli inverni sono caratterizzati da un forte gradiente di temperatura e da un corrispondente “Alto Indice” nella circolazione atmosferica, che causa un pattern circolatorio a tre onde. Inoltre, la variazione stagionale del gradiente di temperatura non sembra avere abbastanza influenza nel cambiare drasticamente la posizione delle Onde Planetarie. Sarebbe possibile ipotizzare che la circolazione invernale media attuale ad Alto Indice di campo, si avvicini molto alle condizioni del Pleistocene.

Durante il periodo Pleistocene, la temperatura media globale sarebbe risultata di 10°C più bassa di quella attuale. Ma non solo. In questo “frangente” dobbiamo inoltre considerare un Alto Indice Zonale poiché da un lato vi era una concentrazione del gradiente di temperatura lungo il Fronte Glaciale che era penetrato più a sud. D’altra parte dai sedimenti, si può giungere alla conclusione che le latitudini tropicali avessero seguito una tendenza al raffreddamento di qualche grado minore rispetto alle zone polari. Simpson, nel 1959, assume che durante l’era glaciale, le temperature equatoriali fossero addirittura di qualche grado più alte di quelle attuali. È molto difficile sapere con precisione le cause che hanno provocato l’avanzata dei ghiacci; apparentemente, il periodo durante il quale il fronte di ghiaccio si era espanso, era caratterizzato da un incremento di precipitazioni in formazione solida e da abbondanti accumuli. L’assunzione di Simpson, secondo il quale l’avanzata dei ghiacci era preceduta da un periodo di incremento della radiazione solare, che portava ad un maggior tasso di evaporazione ed un corrispondente abbondanza di precipitazioni appare abbastanza interessante, sebbene contrastata dalle osservazioni nelle regioni tropicali. Secondo Willett, l’aumento della attività solare, potrebbe causare una tendenza nella formazione di un alto Indice Zonale, situazione favorevole per le glaciazioni.

L’emisfero nord, durante il periodo Pleistocenico, mostra due grandi zone ghiacciate: una sul Nord America e la Groenlandia, col suo centro sulla Baia di Hudson; l’altra sul Nord Europa e sulla Russia Nord occidentale. Il resto dell’Asia mostra solo piccole zone glaciali, principalmente lungo le montagne. La circolazione atmosferica, guidata dall’Indice zonale, vede la presenza di un ben sviluppato asse di saccatura sottovento le Montagne Rocciose. La confluenza tra l’aria polare con quella umida marittima tropicale, porterebbe un abbondanza di precipitazioni. Sotto favorevoli condizioni di temperature, questo potrebbe causare un accumulo di ghiaccio. Appare giustificata l’ipotesi che questo scenario si sia affermato con grande frequenza e con grande persistenza e che le temperature medie globali siano state sufficientemente basse per causare una prevalenza di precipitazioni solide. Le colate di aria polare sotto vento le Montagne Rocciose, causerebbero anche un rigonfiamento delle isoterme medie annuali che si spingono ancor più verso sud. Nella regione atlantica ed europea sarebbe possibile notare un promontorio anticiclonico ben sviluppato. La Penisola Scandinava risulterebbe sotto l’influenza di masse d’aria più umide provenienti da sud ovest atlantico che, scorrendo attorno l’alta pressione, apporterebbero abbondanti precipitazioni, linfa per la glaciazione. Nel 1957, Namias arriva alla conclusione che un indice zonale alto sarebbe favorevole per la glaciazione sulla Scandinavia. Sul settore alpino, lo “scudo di ghiaccio” non aveva le dimensioni di quello scandinavo; probabilmente ciò era dovuto ad una minore quantità di precipitazione e a temperature più alte (vista anche la minor latitudine). Dalla direzione dei venti su Olanda, Belgio, Germania Polonia e Ungheria, Poser ha ricostruito la distribuzione del campo di pressione. L’alta pressione delle Azzorre era collocata maggiormente sul Centro Europa, col suo massimo sulla regione Alpina. Sulla Scandinavia, Poser assume che vi fosse un anticiclone glaciale. Sul Mediterraneo, invece, la presenza di un area depressionaria sul Tirreno meridionale, favoribbe la confluenza tra l’aria fredda in arrivo da nord con quella più umida e mite sub tropicale, alla base di abbondanti precipitazioni in particolar modo al Centrosud. Ciò troverebbe riscontro anche dal tipo di vegetazione con una predominanza di foreste di conifere.

Mi sono laureato in Fisica dell'Atmosfera e Meteorologia a Roma Tor Vergata con una tesi riguardante il ruolo dell'instabilità baroclina nelle ciclogenesi. Relatore il prof. Roberto Benzi. Sposato, ho un figlio di nome Bruno Gabriele. Sono un Meteorologo Senior. Mi occupo da più di 20 anni di meteorologia dinamica e sinottica, in particolare sullo studio dei vari tipi di cicloni nel Mediterraneo, sul ruolo della Warm Conveyor Belt e sulle procedure nelle fasi di diagnosi e prognosi dei modelli di simulazione numerica per le previsioni del tempo. Ho affinato attraverso corsi post laurea le tecniche di nowcasting occupandomi della previsione di intensi fenomeni temporaleschi. Sono stato ideatore e coordinatore del sito Calabriameteo.it, prima realtà meteo in Calabria fondata nel 1999. Dal 2008 lavoro in qualità di consulente scientifico/meteorologo presso la Meteosolutions srl. Ho all'attivo alcune pubblicazioni scientifiche su le più importanti riviste del settore. Vanto circa 8mila articoli sul web. Amo scrivere racconti. Considero la matematica come una fede.

3 risposte a “La circolazione atmosferica durante la glaciazione”

  1. Giorgio scrive:

    Buongiorno, vorrei porvi una domanda. Tralasciando per un attimo il problrma del global warming (al momento a mio avviso non ancora percepibile dall’uomo), negli ultimi giorni ho letto sul vostro sito di temperature anomale (positive) in Alaska, di brusca accelerazione dello scioglimento estivo della banchisa artica, di ondate di calore sempre più frequanti, ecc. ecc.. Ma il freddo dove è? Dove se ne è andato? E’ giusto afferrmare che la “quantità” di freddo sul globo è sempre la stessa ma cambia la distribuzione?
    Grazie.

  2. stefano galli scrive:

    Mio modestissimo avviso: chiunque osservi i dati serenamente e senza paraocchi ideologici vede che il freddo non è distribuito diversamente, il freddo è “andato via”- Il numero di giornate “calde” cioè con temperatura sopra i 25°c (la temperatura cosiddetta “gradevole”) è drammaticamente salito negli ultimi 25 anni, su base annua si può dire che la stagione estiva dura circa 20 giorni in più rispetto alla fine del secolo scorso, sia nel nord emisfero che nel sud emisfero. Risulta impossibile parlare di quantità di freddo sul globo senza parlare di “riscaldamento globale” cioè di caldo sul globo: l’unico fenomeno che può contrastare l’aumento della temperatura media del pianeta a livello di atmosfera (cioè dei nostri sensi) è la riduzione della radiazione solare, cioè la nostra speranza è legata al perdurare della fase di “pausa” che il sole sta vivendo. Con buona pace dei catastrofisti “al contrario” cioè di quelli che paventano una PEG causata dlla assenza di macchie solari

  3. Sandro Forestan scrive:

    Buongiorno a tutti i lettori,so che molti mi contesteranno a causa della mia presa di posizione anti-surriscaldamento globale ma credo che alla bese dello stesso (peraltro poco incisivo visto che a mio parere l’aumento di circa 1 grado che abbiamo avuto globalmente nell’ultimo secolo e’ tutt’altro che allarmante ma rientrabile nelle normali fluttuazioni termiche planetarie)vi siano non poche incongruenze soprattutto dal punto di vista dei rilevamenti delle temperature superficiali. Secondo il mio modesto parere l’aumento medio del grado in questione e’ ampiamente giustificato con palesi e madornali errori nei rilevamenti termici al suolo delle varie stazioni di rilevamento. Ricordiamo che molte zone nelle quali ora regna sovrana la cementificazione solo pochi anni fa erano semi-urbane se non addirittura rurali e che anche quest’ultime con il recente disboscamento e sfruttamento agricolo non possono che aver contribuito ad un eccesso diffuso nei rilevamenti.Concludo esprimendo che e’ inutile (come affermano molti addetti ai lavori) creare giustificazioni dicendo che opportune correzioni al ribasso vengono regolarmente effettuate nelle aree ora divenute urbane quando ancora oggi tanto per citare un esempio si utilizza come stazione di rilevamento ufficiale della seconda citta’ d’italia una stazione attorniata da container ,cemento e materiali di ogni tipo che provocano regolarmente una anomalia termica rispetto alle altre stazioni di ben 2 gradi in media.

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